\ PAGANI. Le supercar nate dai sogni di un bambino, di origini italiane, cresciuto nella Pampas Argentina. – Cesare Attolini

PAGANI. Le supercar nate dai sogni di un bambino, di origini italiane, cresciuto nella Pampas Argentina.

Il suo sguardo vispo e attento a tutto ciò che lo circonda, rivela in pochi attimi un uomo animato da una vivacissima curiosità. Il suo eloquio misurato ma, allo stesso tempo, carico di passione, racconta di un uomo guidato dalle emozioni e contemporaneamente da un significativo rigore. Incontriamo Horacio Pagani nell’avveniristica fabbrica-museo di San Cesario su Panaro, progettata insieme al suo team di designer, per ripercorrere con la memoria la strada che lo ha condotto a creare la più esclusiva sartoria di supercar al Mondo.

Come nasce Pagani, quali sono le passioni, le intuizioni e la visione che l’hanno condotta a dare vita a quest’azienda, a questo brand che oggi, senza dubbio, è sinonimo di straordinarie supercar, tra le più ammirate e desiderate al Mondo?
Posso dire anzitutto di esser stato fortunato. Fortunato perché, sin da ragazzino, ho sempre nutrito una passione per l’arte, per le materie scientifiche e per la meccanica contemporaneamente. Un eclettismo che mi ha fatto avvicinare al mondo dell’automobile sin da bambino, perché trovavo che tutte queste discipline potevano essere applicate contemporaneamente. Abitavo in un paese molto piccolo della Pampa Argentina, Casilda, in provincia di Santa Fe, un paese dove si respirava fortemente la cultura italiana, essendo composto al settanta percento da famiglie d’origine italiana. Anche mio nonno giunse qui dall’Italia, dal comasco, alla fine dell’Ottocento e aprì un forno, che dopo centotrenta anni è ancora lì. Ogni tanto arrivava dall’Italia qualche rivista ed è stato leggendone alcune che ho appreso la presenza in Italia di una città, Modena, dove incidentalmente c’era una concentrazione altissima di aziende, come Maserati, Ferrari, Lamborghini, che producevano le automobili più belle al Mondo. È stato così che è nata questa grande passione per le supercar e che ho iniziato a realizzare, tra i 10 e i 12 anni, i primi disegni e modellini in legno balsa o altri materiali di fortuna. Era un gioco, ovviamente, ma per me iniziò ben presto ad essere qualcosa di più, un impegno che prendevo molto seriamente.

Nel corso degli anni poi è nata la passione per Leonardo Da Vinci. In cosa ha segnato il suo percorso?
Lo studio di Leonardo, credo, sia stato un elemento cruciale nella mia vita personale e professionale. Perché si deve a Leonardo l’idea per la quale arte e scienza possono camminare mano nella mano. In questo messaggio trovai un’ispirazione fortissima che mi ha guidato lungo gli anni. Ho capito che non era necessario dover scegliere tra la passione per l’arte e quella per la scienza ma che potevo coniugarle e studiarle entrambe, arrivando addirittura ad interessarmi ad altre discipline come la filosofia. Oltre a studiare, ebbi poi la fortuna da ragazzo di poter iniziare a lavorare in un’officina dove potevo applicare la mia passione per la meccanica a qualsiasi tipo di vettura. Fu così che riuscì a mettere da parte qualche soldino per costruire la mia prima macchina, una macchina da corsa. Fu il mio primo vero banco di prova e fu soprattutto l’opportunità di conoscere alcune persone, tra cui il grande Fangio, che mi aiutarono ad arrivare a Modena.

Si racconta che lei, già all’età di 13 anni, avesse detto a sua mamma che un giorno sarebbe arrivato qui a Modena a costruire supercar. È vero?
Si è verissimo. Questa terra, nonostante abitassi a migliaia di chilometri di distanza, ha sempre esercitato un fortissimo magnetismo su di me. I miti di Enzo Ferrari, di Ferruccio Lamborghini, della famiglia Maserati e di Sergio Scaglietti erano davvero una luce che illuminava la mia immaginazione. È solo grazie a loro se oggi la Motor Valley è un’eccellenza assoluta conosciuta, ammirata e osannata in tutto il Mondo. Riuscì così ad arrivare qui, a Modena, il 15 Giugno di 35 anni fa, con due valigie e alcune lettere di presentazione che mi aveva dato proprio Fangio, un grande uomo prima ancora che un grandissimo uomo. Dopo quindici giorni mi ha raggiunto mia moglie ed è iniziata l’avventura: ho lavorato in un vivaio di piante, poi come saldatore di acciaio nei cantieri edili, finché a settembre del 1983 ho avuto l’opportunità di lavorare come operaio in Lamborghini. Qui sono partito da zero, riuscendo nel corso degli anni a conquistarmi un ruolo sempre più rilevante nell’ambito di alcuni importanti progetti: mi sono occupato di carrozzeria, poi ho iniziato a lavorare nel reparto dei materiali compositi, successivamente mi sono occupato della realizzazione del primo telaio per una supercar in fibra di carbonio, oltre a lavorare sul progetto della Diablo, della P140 e del primo suv Lamborghini. Sono stati nove anni molto belli di collaborazione, di grande arricchimento.

La sua idea, quasi un’ossessione, però, era fare un’auto tutta sua.
Si proprio così! Infatti, terminata la mia esperienza in Lamborghini è nato il progetto della Zonda. Senza nessun tipo di finanziamento e in un periodo, dopo la Prima Guerra del Golfo, di grande crisi economica. Ma io ero convinto, pur basandomi semplicemente su ragioni soggettive, sul mio istinto, che quel progetto doveva prender vita. Volevo portare avanti i miei sogni!

Nel lavorare al progetto della prima Zonda, quali furono gli elementi di unicità, di distintività, su cui puntò?
Io ho sempre creduto che il designer, o un creativo in generale, non deve lavorare per sé ma per il proprio cliente, per soddisfare le necessità funzionali o emotive del proprio cliente. Tuttavia, la prima Zonda nasceva dall’immaginario delle macchine da corsa, soprattutto dei modelli che prendevano parte alla celebre 24 ore di Le Mans, di cui ero un grande appassionato. Il telaio doveva assolutamente essere tutto in fibra di carbonio, tecnologia ai tempi assolutamente poco diffusa. La sua unicità, inoltre, doveva risiedere in un design esclusivo, completamente originale. Volevo che non assomigliasse per niente alle altre supercar già presenti sul mercato. Volevo che generasse emozioni completamente nuove. Sappiamo bene che l’acquisto di un’automobile come queste è mosso soprattutto da motivazioni irrazionali, emotive. Qualsiasi oggetto che componeva la macchina doveva essere un oggetto di design, la tensione al bello è infatti totale. Diamo, ovviamente, per scontato che l’eccellenza assoluta era ciò a cui puntavamo, in ogni ambito, in ogni componente, in ogni dettaglio anche quelli che non si vedono. Il lavoro di ricerca scientifica per tendere a questa perfettibilità fu ed è sempre stato tantissimo: spediamo ogni anno il 20% del nostro fatturato in ricerca e sviluppo, più del 10% di quanto accada mediamente in altre aziende.

Possiamo dire che, come per una giacca o un abito Cesare Attolini, ogni Pagani è fatta su misura per aderire alle richieste o alle necessità di ciascun singolo cliente?
Qui c’è una propensione al cliente assoluta, totale. La nostra missione è quella di far felice il cliente, che è il nostro vero datore di lavoro. Ognuna delle nostre macchine è unica e nasce da un progetto personalizzato, nato dall’ascolto dei clienti. Le macchine sono tutte una diversa dall’altra. Ogni Pagani nasce da un vero e proprio lavoro psicologico, teso a comprendere quali sono i meccanismi che, in ciascun cliente, generano emozioni.

Quali sono i progetti futuri a cui sta lavorando?
Stiamo lavorando ad una nuova Roadster, ancora più sportiva che uscirà il prossimo anno. Mentre nel 2021 presenteremo un nuovo coupé, che poi nel 2023 uscirà in una nuova versione tutta elettrica. Siamo un gruppo di designer che è molto concentrato in questo momento sull’automobile ma, come è stato per la realizzazione della nostra fabbrica e dei nostri show room, non è escluso che in futuro si possa lavorare in nuovi ambiti.

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Cesare Attolini è, nel mondo, sinonimo di tradizione sartoriale partenopea. Ieri come oggi, dal 1930 lungo tre generazioni, fucina di un’idea di eleganza senza tempo. Artigianalità reale. Espressione, senza compromessi, di qualità assoluta, cultura unica del saper fare, esclusività, personalizzazione.

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